mercoledì 1 giugno 2011

Pdl, partito conservatore


La recente sconfitta alle elezioni amministrative ha posto il problema della leadership e della natura del Pdl, in chiara crisi di consensi. La mia tesi è che il Pdl sia un partito conservatore, che fino ad ora si era ammantato di un finto riformismo, un partito di cui sta emergendo la natura semplicemente conservatrice e dunque sta deludendo chi lo aveva sostenuto aspettandosi dei cambiamenti.
Non c'è nulla di male ad essere un partito conservatore, né ad essere un partito che fa gli interessi dei gruppi sociali privilegiati (ad esempio, le corporazioni professionali). Tutti hanno diritto ad essere rappresentati, anche gli avvocati e i farmacisti, per dire. Più difficile è proporsi nello stesso tempo come riformatori e progressisti, promettere di cambiare l'Italia e poi non farlo.
La crisi del Pdl è dovuta a questo, ma questa è la sua stessa natura. In fondo si poteva capire da subito, o quantomeno dal 2006, alla fine del quinquennio in cui Berlusconi ha governato con un'ampia maggioranza senza fare riforme, che questa era la natura del suo partito (che all'epoca si chiamava Forza Italia).
Il Pdl, come Forza Italia, è nato come negazione dei partiti tradizionali, dunque niente congresso, niente segretario, niente primarie, niente discussione interna, niente sezioni, niente radicamento sul territorio. Addirittura ai comizi della Moratti pare che abbiano dovuto reclutare e pagare dei giovani da far comparire come militani. Il Pdl è un non-partito, un partito del Capo, un partito "cesarista", si è detto.
La cosa interessante è che il suo elettorato è stato fino ad ora entustiasta di questo, come se fosse un plus, non un minus. Ma nonostante l'ottimismo dei suoi militanti, è evidente che un partito così non è in grado di operare profonde riforme nel Paese, perché qualunque lavoro importante richiede la collaborazione di persone comptetenti, la condivisione e anche la competizione di idee, di programmi, di obiettivi.
Caso strano, infatti, in tutti i paesi democratici è così che funzionano i partiti. Nei paesi democratici non esistono partiti in cui il leader non è in discussione, e neanche partiti in cui il leader è sempre lo stesso da 17 anni.
Ma come può un partito dove tutto viene deciso dall'alto, riuscire a risolvere i problemi reali del Paese, proporre una classe dirigente locale e nazionale, esprimere una cultura del dialogo, parlare con le persone per capirne i problemi? Il fatto che il Pdl abbia paura del suo stesso popolo, che rifiuti le primarie, che non concepisca l'idea di un congresso, che non consideri elettive le sue cariche, la dice lunga. Addirittura c'è stato il tentativo di bloccare il Referendum. Del resto la concezione del popolo che ha il Pdl è spiegata bene dalla concezione del leader che avrebbe un "rapporto diretto e speciale" con il "suo" popolo. Non siamo alla Corea del Nord, ma poco ci manca.
A ben guardare il popoulismo discende direttamente dal carattere in realtà elitario del Pdl: per recuperare il rapporto con il popolo in realtà distante, lo si evoca, senza coinvolgerlo veramente.
Può sembrare notevole il fatto che il suo elettorato ci abbia creduto e abbia approvato tutto questo per ben diciassette anni, e ancora oggi molti continuino a dire Forza Silvio, caccia questo e quello, fai questo e quello. Siccome le idee hanno conseguenze, la mancanza di cultura democratica, di volontà di partecipare, di vedere il leader come uno di noi, magari più bravo e più preparato, ma uno di noi, ha prodotto questo risultato. La democrazia non è stata inventata per caso. "Pensaci tu", "ghe pensi mi" o "dopo di me il diluvio" non sono idee accettabili in democrazia. Come diceva Tocqueville, i difetti della democrazia si risolvono con più democrazia, non con meno. Allo stesso modo, i difetti dei partiti italiani, emersi in maniera così netta con Tangentopoli, non si risolvono con meno partiti, o con partiti meno funzionanti o meno democratici, ma si risolvono riformando i partiti stessi. E fino ad ora non si è mai vista una democrazia senza partiti.
Un partito normale è un partito dove le idee e i principi vengono prima delle persone; certo le idee e i principi si devono incarnare nelle persone, ma se un leader lascia, non muore nessuno, soprattutto se ha 75 anni ed è capo assoluto da 17anni. Cambiare aria fa bene a tutti, fa bene alle amministrazioni locali e a quelle nazionali. Le monarchie assolute non sono governate meglio delle democrazie, neanche quelle illuminate.
Il Pd avrà tanti difetti (non ultimo quello di avere ai vertici la stessa oligarchia da troppi anni) ma almeno alla fine ha accettato il principio delle primarie, e quando un candidato proposto dal partito perde, è comunque il meccanismo delle primarie che ha vinto, quindi indirettamente ha vinto il partito che le ha fatte proprie. Accettare le primarie è un sintomo di forza, non di debolezza. Credere che il proprio leader sia l'unico possibile, dire "meno male che lui c'è", è invece sintomo di debolezza, di mancanza di idee e di prospettive.
I militanti del Pdl credono che Silvio è un grande? benissimo, quali sono i suoi insegnamenti? se ci sono, ci sarà qualcuno che li ha fatti propri e che ne potrà raccogliere l'eredità. Silvio voleva fare le liberalizzazioni? benissimo, qualcuno le può fare al posto suo. La verità purtroppo per loro è che Silvio non voleva fare niente, oltre alle promesse non c'è niente, e le sue promesse sono irrealizzabili perché per realizzare profonde riforme prima bisogna fare un lavoro paziente. Ad esempio, prima di tagliare le tasse bisogna ridurre la spesa pubblica. Cosa che ovviamente Silvio non ha fatto. Quindi ora gli elettori del Pdl (quelli che credevano onestamente che fosse un partito riformatore) si ritrovano con un pugno di mosche.
Ormai gli unici che appoggiano ancora il Pdl con convinzione sono quelli che ne avevano capito la vera natura, e lo appoggiavano per quello: il Pdl è un partito conservatore, che si pone come scopo principale quello di impedire alla sinistra di andare al governo, per mantenere l'attuale sistema di potere e gli attuali equilibri economici. Si tratta di una versione tutta italiana del vecchio motto "laissez faire", che in un Paese corporativo significa: lasciamo che il sistema vada avanti così, corporativo e feudale.
La mediocrità di molti esponenti del Pdl discende direttamente dal metodo e dai criteri con cui sono stati scelti: la fedeltà al capo, l'aspetto fisico, la capacità di generare consenso attraverso il mezzo televisivo ecc.
L'aggressività dimostrata nell'ultima campagna elettorale da parte degli esponenti del Pdl è semplicemente necessaria, per coprire quella mancanza di riforme che ha deluso i suoi elettori più ottimisti, quelli che avevano creduto alle promesse. Per recuperare gli elettori delusi non è rimasto altro che accusare gli avversari politici delle peggiori nefandezze.
Del resto l'aggressività e la demonizzazione dell'avversario sono da sempre tratti caratteristici della destra berlusconiana, basti pensare ai suoi giornali e ai suoi telegiornali, dal Giornale al Tg4.
Il Pdl si mostra ormai anche al grande pubblico per quello che è, il partito conservatore delle classi privilegiate, non un partito di popolo. Questo è legittimo, ma è importante capirlo.

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